Mai più senza: The Consumers
cultura
di Lorenzo Falcone-Simone Narcisi   
Domenica 01 Agosto 2010 00:17

The Consumers -”All My Friends Are Dead” - LP - 1977 (In The Red '95)

Arizona 1977. Barbe folte, trucker hats, Norton bicilindriche e fondamentalisti cristiani shotgun-muniti che vagano con la frustrazione di avere quel venditore di nocelle di Jimmy Carter alla casa bianca ...praticamente il paradiso ….certo, se credi di essere Charlton Heston. E' esattamente in questo desertico eden che, la sgangherata band The Consumers dà alla luce questa pietra miliare del punk minore. Di lì a poco tenterà l'avventura californiana, alla ricerca di orecchie più ricettive rispetto a quelle degli obesi redneck del sud, abituati al massimo al manierismo tirannosaurico di Skynyrd e Zeppelin. La sortita losangelina risulterà ovviamente fallimentare e la band, come nella migliore tradizione del rock'n'roll decadente, si sgretolerà nell'arco di qualche mese. L'unico a lasciare tracce di se sarà il chitarrista Paul Cutler che prima fonderà i goth/punkers 45 Grave insieme a brandelli degli Adolescents e poi si unirà ai Dream Syndicate.

Undici tracce in meno di diciannove minuti, registrate come demo in una pugnata di ore su un 8 tracce e abbandonate sopra un polveroso scaffale, prima che la In The Red (label del garage-hero Mick Collins, già nei Gories e Dirtbombs) le ripescasse dall' immeritato dimenticatoio. Tracce che costituiscono l'ossatura del dito medio puntato dal quintetto di Phoenix, contro tutto e tutti.

Il più classico dei one-two-three-four urlato da lontano e si parte, chitarra motosega e ripetute frenate poi, ad un certo punto, il cantato sguaiato e strafottente dell'immenso Dave Wiley si impossessa della scena e ci porta per mano al cuore dell'opener “Teen love song”, che tutto è tranne che una melensa canzone d'amore. Un arpeggio al fulmicotone ed ecco “Anti anti anti”, il manifesto della band, anthem contro questo,quello e quell'altro ancora, un "j'accuse" impietoso steso su una solida base speed-prog-punk post-stoogesiana e detroitiana in generale, ossesionata durante la sua sfuriata da cori oscuri, molto probabilmente provenienti dalle fetide mura del manicomio dove era internato lo sbroccato Rocky Erickson.Detto tra noi i Consumers ci sapevano fare davvero e i brani ,seppure sgraziati e caciaroni, sono tutti strutturati in maniera eccellente (spesso trafitti nel bridges da una tipica progressione di accordi, brand incontrastato dei Consumatori) e non cedono mai il passo ad alti e bassi.

In “Concerned citizen” e “Consumers” prendono tutti i loro rudimenti di hard 70's, li miscelano con gli echi provenienti da oltreoceano e partoriscono la loro personale via al proto-hardcore ,inserendosi di diritto al fianco di quell' altra manciata di bands americane che si possono fregiare di tale merito, penso ai primi Black Flag con Keith Morris, ai Dils di Frisco o ai Middle Class.
Spesso il paragone con i Germs viene naturale (“Your problem” e “Get Out”) ma laddove nella band di GI la punta di diamante era costituita dal carisma e dai testi ,scolpiti nel tempo di Darby Crash, sicuramente nei Consumers si identifica in una notevole ed evidente dote musicale che mette in difficoltà, nel paragone, persino la band di Pat Smear..“Media Ogre” e “My tipe” sono due rasoiate che bruciano come sale sulle ferite e che rendono perfettamente l'idea della visione sociale che poteva avere il tipico teenager disagiato cresciuto a pistolotti di Ritalin, forse perchè troppo sveglio.

In “Ballad of the son of sam” il riferimento ai Dead Boys è negli accordi oltre che nel titolo e per la conclusiva “Punk Church” la miccia anti-autoritaria del brit-punk viene accesa dai Ramones in persona.
All my friend are dead non vi cambierà la vita ma se avete bisogno di un'adeguata colonna sonora per buttare vostra nonna dal quarto piano è quello che state cercando. Non si puo sbagliare, ce n'è per tutti e per tutto.

 
La Terapia nella piazza del Sole
società
di Administrator   
Giovedì 01 Luglio 2010 11:10

Inter Nos è un festival multidisciplinare con particolare riguardo alla produzione regionale, ambientato all’interno
della “Coppa Interamnia”.

In un unico spazio cittadino si incontreranno i diversi linguaggi formali delle arti contemporanee come musica,
pittura, fumetti, performance, letteratura, cinema e videoarte, tracciando un percorso tra le più interessanti
realtà del panorama artistico regionale.


\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\ PROGRAMMA /////////////////////////

MOSTRA COLLETTIVA di:
Federico de Sanctis
Alessandro di Massimo
Yari di Giampietro
Pelin Santilli
Massimo Testa

5 luglio
ore 18.00 – Inaugurazione mostra
ore 22.00 – Stati Alterati di Coscienza (crossover) live
ore 22.30 – Christine Plays Viola (dark,wave) live
ore 23.30 – lo Smilzo (post-punk, new wave) djset

6 lugllio
-esibizione vespe e lambrette- Thunderballs scooter club
ore 18.00 – Presentazione “Carta Straccia”
fanzine di illustratori, fumettisti, scrittori...
ore 21.00 – “Mamma dammi la benza” documentario
musicale di Angelo Rastelli
ore 22.00 – Rainska (ska) live
ore 23.30 – Original MODS Teramo (soul, reggae,r'n'b) djset

7 luglio
-assaggi Vegan a cura di LAV Teramo
ore 18.00 – Presentazione “La Raje”
rivista di fumetti
ore 22.00 – laBase (rock) live
ore 22.30 – Delawater (indie, minimal rock) live
ore 23.30 – Umberto Palazzo (rock) djset

8 luglio
- body painting a cura di Inside Tattoo
ore 18.00 – Presentazione “Revolver”
magazine culturale
ore 21.00 – “Crollo Nervoso” documentario
musicale di Pierpaolo de Iulis
ore 22.00 – Wild Strikes (rockabilly) live
ore 23.30 – Kim-Rave Up records (rock'n'roll', garage,punk '77) djset

9 luglio
ore 21.30 – L'arte del dono di Giuseppe Ranalli
performance teatrale
ore 22.00 – Zona Rossa Krew (hip hop) live
ore 23.00 – Vega's (electropop, rock) live
ore 00.00 – Nipox (drum'n' bass) djset

10 luglio
ore 18.00 – Presentazione ”Il re dei passeri”
romanzo di Giuseppe Ranalli
ore 21.30 – “Una storia di lupi” cortometraggio
di Cristiano Donzelli con Franco Nero
ore 22.00 – Beat Motel (funky groove) live
ore 23.30 – Electrosheep (funk, electro) djset

Stand Gastronomici a cura di: RISTORANTE DUOMO

INGRESSO LIBERO

promosso da

Terapia Lampo, Abruzzocomics e L.N.D.



Come arrivare:  INTER NOS - Piazzetta del Sole mappa

 
"Porta a Porta" a Teramo - i problemi dei bar e ristoranti
video
Martedì 25 Maggio 2010 15:34

 
"La Raje" di Abruzzocomics
video
Mercoledì 28 Aprile 2010 10:33

 
Raymon Radiguet, il r'n'r in corpo
cultura
di Crizia Giansalvo   
Mercoledì 14 Aprile 2010 17:03

Adolescente prodigio della Parigi del primo novecento, pupillo di Cocteau, Raymond Radiguet è morto a venti anni per tifo. Una morte regolare, prevedibile per quei tempi, colpevole, probabilmente, di non avergli dato quella morte bohèmiene che poteva consacrarlo nell'olimpo dei dannati. Questo particolare della vita di Raymond ha aperto una piccola parentesi riflessiva sul nostro destino; di noi che, in qualche maniera, apparteniamo al mondo dell'underground. Ovvero, il rock'n'roll sta morendo. No, questa volta non voglio intraprendere noiosi discorsi sulla deriva commerciale, sull'omologazione e tutte quelle storie che ci fanno sentire così speciali. Questa volta parlo semplicemente di un dato di fatto : negli ultimi due anni la lista di chi passa a miglior vita è fitta di nomi. Bo Diddley, Ron Asheton, Jay Reatard, Dale Hawkins, Alex Chilton, solo per nominarli alcuni. Tutti gli artisti che hanno creato il submondo di cui ci nutriamo ci dicono addio senza troppi fronzoli. E non ci lasciano nemmeno più, a parte alcune eccezioni che risultano stantie, il brivido di una vita al limite : una pera di troppo, un gioco erotico finito male, un pedale spinto da troppo alcool. No, oggigiorno muoiono di vecchiaia, di malattia. Ciò che per noi sarebbe il degno finale di una triste vita altrimenti senza senso ( ho tirato le cuoia ben dopo alcuni stronzi) o un terribile imprevisto a cui non puoi che piegarti, per i miei, i nostri idoli, è una fine tristemente banale. Si differenziano da me e te per alcuni particolari, ma il conto finale è lo stesso.

Tutta questa introduzione aprirebbe un' interessante parentesi sul significato di queste morti per le future generazioni, ma il punto di partenza è Raymond Radiguet. Il rock'n'roll Raymond non l'ha vissuto, ma ha saputo anticipare nel suo libro “Il diavolo in corpo” la psicologia adolescenziale che sarà alla base dei movimenti giovanili dagli anni '50 in poi. La trama, di base molto semplice, rivela nella struttura di Radiguet tutti gli aspetti tipici giovanili, nella loro passione e crudeltà. François è un dodicenne che inizia una relazione clandestina con la figlia di alcuni amici di famiglia, di qualche anno maggiore, promessa ad un soldato al fronte. La loro storia, correlata dai più classici incontri segreti, genererà un figlio, la cui vera paternità resterà segreta. Il finale, nella sua tragicità, metterà il protagonista davanti la realtà adulta, l'uscita da un mondo onirico e vitale, per approdare a quella amara consapevolezza che si deve cedere e crescere, in un modo o nell'altro. Quanto questo distacco violento sia necessario e utile, probabilmente Raymond l'avrebbe scritto successivamente. Ma con questo romanzo riesce ugualmente a far trasparire tutti gli atti psicologici che la passione fa vivere in adolescenza. Non solo il gusto del proibito, l'eccitazione di rompere le regole, di sentirsi vivo, ma anche quell'affannosa ricerca di una stabilità che si vuole perdere rompendo i legami col nido materno. L'identificazione così forte di François con la “loro casa”, le loro stanze alcove di segreti e di amore, sembra essere il riscatto per l'uscita dalla propria casa. Cercare una sicurezza perduta, perché la si è voluta perdere, e nello stesso tempo volerla perdere ancora perché un approccio violento all'età adulta stordisce, spaventa, ti rende cinico e piccolo. Affrontare la morte, non solo fisica, ma soprattutto mentale, la perdita di tutto quello che si è vissuto, che continua a sopravvivere in una bugia, la perdita dei sogni, delle speranze, delle finte certezze è l'ultimo stadio per riappropriarsi di se stessi e continuare a vivere. La semplice routine che tutti noi siamo costretti ad affrontare, lottando contro o con essa, per difendere noi stessi. Il collante per resistere è l'amicizia, in questo romanzo quella tra il protagonista e Reneé, amico che ritroverà dopo tre anni dall'espulsione dalla scuola (un altro episodio che diverrà tipica dell'immagine dell'adolescente ribelle degli anni '50). Nello stesso tempo non manca lo spettro della guerra, vivo nel futuro marito dell'amata, che arriverà brusco e violento, ma con un gran sorriso e molte promesse, strappandoti via la tua vita. Quasi una metafora, che cela le paure di intere generazioni, catapultate in un mondo troppo grande per controllarlo.

I sottili giochi psicologici che adopera Raymond, adolescente di vastissima cultura, rendono questo romanzo pietra base per tutti i “giovani” dei decenni successivi : prima di un giovane ribelle James Dean o di un selvaggio Marlon Brando, traccia la ribellione, l'esagerazione, le difficoltà, gioia e dolori del passaggio alla normalità soffocante della nostra società.

 
Gerhard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea
cultura
di Claudia Petraroli   
Giovedì 08 Aprile 2010 00:21

Firenze, Palazzo Strozzi


Il Palazzo Strozzi di Firenze, dal 2007 ha reso possibile la nascita del Centro di Cultura Contemporanea CCC Strozzina, in breve avviato a roccaforte toscana dei linguaggi visivi contemporanei. Luogo di promozione della giovane arte italiana, porta avanti non solo artisti, ma anche nuove figure di curatori indipendenti. Vantando prestigiosissime collaborazioni internazionali, le esposizioni qui tenute sono il frutto di proposte critiche di lettura, sulla scia di tematiche precise ed impulso di sempre nuove riflessioni. Dopo Realtà Manipolate, ovvero Come le immagini ridefiniscono il mondo, lo Strozzina dieci anni più tardi riporta in Italia il pittore tedesco Gerhard Richter. Intitolata “Gerhard Richter e la dissolvenza dell’immagine nell’arte contemporanea” , la mostra è un esperimento accattivante al di là del risultato: uno dei più grandi artisti europei del Novecento e le ripercussioni della sua arte nell’immaginario contemporaneo. Da una parte, una delle figure più inclassificabili e indipendenti dell’universo dell’arte, dall’altra il presente storico e la continua attualizzazione della sua eredità. L’immagine il suo trasfigurarsi.

Richter, secondo alcuni il più grande artista vivente, è spesso convenzionalmente assimilato all’Iperrealismo (o alla Pop Art, dalla quale discende) degli anni Sessanta – Settanta, quella pittura ossessionata dalla riproduzione minuziosissima di soggetti fotografici; quadri che, di fatto, appaiono fotografie. In effetti, dipinti come Portrat Liz Kertelge (1966), o Familie Schmidt (1964), si manifestano nell’immediato come immagini fotografiche, ritratti prodotti meccanicamente.
Il primo riproduce il volto di una famosa attrice tedesca, l’altro è tratto da un comunissimo album di famiglia, secondo la prassi Pop che consuma le immagini del quotidiano e del massmediatico. Appena di fronte ad essi si ha l’istinto di mettere a fuoco l’immagine, il fondo è di un bianco chiarissimo ma i contorni sfuggono, lo sguardo insiste cercando di conquistare le figure. Esitazione. Non è una fotografia, è un olio su tela. Tecnica impeccabile. Gli anni Sessanta dell’arte si identificano con la meccanizzazione del processo creativo. Richter figlio del suo tempo, mette in discussione le possibilità rappresentative della pittura, rimanendo tuttavia fedele alle sue capacità espressive. Forse è ancor di più una messa in discussione della realtà stessa, più che della pittura. Quale realtà? Quella che vive della sua impossibilità di essere univoca, la Verità è un illusione, Nietzsche l’aveva urlato. Richter attraverso le sue opere, propone la “ metafora del condizionamento della percezione stessa, che sempre accoglie il suo oggetto nella coscienza solo per un attimo, prima di lasciarlo nuovamente svanire come soltanto probabile”.